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Convegno

IL RISVEGLIO DELLE I-DEE





"SPIRITUALITA' DELLA TERRA:

magia ed ecologia in uno stile di vita naturale"


Intervento di Micaela Balìce

Atti del Convegno
Ed. Akkuaria

E' sempre più di moda l'attenzione alla salute e alla qualità della vita a partire dall'ambiente in cui viviamo; così come è altrettanto sempre più diffuso, all'interno del multiforme e variegato mondo delle religioni sia istituzionali sia pagane, l'attenzione per Madre Terra. Tale rinnovato interesse nasce forse da una maggiore presa di coscienza dell'interrelazione tra individuo e sistema, o meglio eco-sistema, in cui esso vive.

Il tema non è poi così recente, tanto che ha accompagnato il veloce incremento industriale sin dagli anni settanta, come in un parallelo viaggio, col tentativo di riequilibrare una spinta all'artificiale, “artificiale” che oggi chiameremmo invece “virtuale”.

Eppure, nonostante ciò, il divario resta tra ciò che è una reale vita in mezzo alla natura e lo stile urbano dell'esistenza. Quest'ultimo è sicuramente più diffuso dal punto di vista dell'evidenza, della conoscenza, della promozione mediatica: è qui che si ambientano le più importanti vicende storiche, economiche ma anche fantastiche (film o quant'altro) che la nostra cultura occidentale produce. Ma, in modo direttamente proporzionale, la maggior parte (in senso numerico) della popolazione umana vive invece uno stile rurale o misto (ovvero: mantiene alcune caratteristiche di ruralità pur vivendo nelle periferie urbane).

Fino a pochi anni or sono, e mi riferisco ai primi anni settanta, l'architettura dei palazzi aveva previsto aree di terra per gli inquilini, insieme alle cantine. Nei palazzi più antichi (ed io ebbi la fortuna di vivere in uno di quelli) vi erano anche dei piccoli capanni per il ricovero degli attrezzi. Ogni inquilino poteva godere di un piccolo pezzo per la coltivazione di ortaggi, fiori, o entrambi. Il resto del cortile prevedeva una pompa per l'acqua di uso comune (ve le ricordate? Quelle che dovevi “pompare” appunto per vedere l'acqua comparire a spruzzi dal bocchettone): era inevitabile essere almeno in due per usufruire del bene, uno che esercitasse la giusta leva ritmica e l'altro, semplicemente chinato a bere piuttosto che a recuperare l'acqua per altri usi. Tempi in cui la solidarietà, come ben si può notare, era una questione di sopravvivenza reciproca. Panchine in pietra permettevano alle donne di fare la maglia all'ombra dei tigli o agli uomini di raccontare le ultime vicende politiche o sportive. Un ampio cortile in ghiaia e zone a prato consentiva ai bambini (tanti) di giocare.

Negli anni settanta questa struttura architettonica fu sconvolta dalle nuove esigenze della modernità, prima fra tutte e complice della nuova economia di cui ancora oggi paghiamo il fio, fu l'automobile. Nel giro di breve le case e i palazzi si riempirono non solo di antenne televisive, ma di devastanti garage, per far spazio ai quali fu necessario delimitare le aree verdi e asfaltare: sparirono gli orti e i prati, e i cortili divennero aree di cemento nelle quali era vietato persino giocare a pallone.

Ricordate?

Considero questo passaggio storico e sociale, che vissi di prima persona e con grande sofferenza, come il più grande atto di recisione di quel cordone ombelicale che ancora teneva la popolazione urbana legata alla terra. Da allora i supermercati incombettero, i negozietti sparirono o si ridussero e il cibo industriale sostituì quello dei contadini, che si limitarono a produrre grosse quantità svendute a poco prezzo per l'industria. Fortunatamente il legame con la terra è ancora forte e se prestate attenzione non è raro vedere gli orti degli urbani ai cigli delle autostrade: è un atto simbolico, per lo più, di chi non può vivere senza avere un rapporto carnale con la terra.

Vi ho già introdotto due temi, o meglio due antitesi, che stanno alla base del ritorno o del mantenimento di uno stile di vita naturale, per lo meno per quanto riguarda il mio pensiero.

VIRTUALE VS CARNALE

Nel mio viaggio alla ricerca di una dimensione spirituale nella quale riconoscermi pienamente, una dialettica che mi ha sempre spinto in una direzione piuttosto che nell'altra, è stata quella di evitare di mentalizzare, evitare di costruirmi un mondo immaginario in cui vivere una sorta di Eden negando poi quello che la realtà che mi circonda continua a manifestare.

L'esempio più semplice che potrei portare, anche se di spirituale apparentemente non contiene granché, è quello della televisione, o meglio del suo uso. Ci fu un punto nella mia vita in cui mi vidi dall'esterno, vidi me stessa che guardavo ipotetici altri vivere dentro uno schermo, e ridevo anch'io se loro ridevano, piangevo anch'io se la situazione lo richiedeva, mi innamoravo, avevo paura e via dicendo.

Questo momento di “illuminazione”, ovvero la capacità di vedersi dal di fuori, mi portò ad un nuovo stato di consapevolezza: io non volevo provare surrogati emotivi prodotti in massa. Io volevo Vivere.

Da allora mi disintossicai dall'uso dell'apparecchio, procedimento che richiese un certo tempo, visto che nella mia mente si riproducevano (a TV spenta) le sigle dei programmi televisivi all'ora in cui questi realmente erano soliti essere trasmessi. A testimonianza di quanto la nostra, pur evoluta razza, non sia poi così lontana dal cane di Pavlov.

Avviciniamoci un po' di più alla spiritualità, e parliamo di salute: un amante di Madre Terra cerca di curarsi in modo naturale e per farlo chiede consiglio all'erborista, vero? L'erborista, qualificato ed attento, seleziona il prodotto a base di erbe più consono alle nostre esigenze: opercoli, estratti, composti di piante delle più svariate specie, molte esotiche. Ora prendiamo lo stesso erborista e mettiamolo in un bosco o anche in un semplice prato.

Quante specie credete che sappia riconoscere?

L'erborista, oggi, è un conoscitore virtuale e non carnale elle erbe (fatte salve le eccezioni, naturalmente!), è un preparato venditore di prodotti a base naturale, ma non è più colui che va per campi, a seconda del periodo e della luna, per raccogliere – ringraziando – porzioni di pianta, che conosce il territorio, che sa l'uso e gli effetti di un erba o di un preparato. Sa come scaricare un'ottima scheda sul Cardo Mariano da Internet e come venderne gli opercoli per favorire la digestione e ripulire il fegato. Io mi diverto molto con gli informatori di prodotti erboristici (perché esistono anche quelli, esattamente come gli informatori farmaceutici, fatto salvo che ti fanno pochi o niente regali). Dopo che mi hanno parlato per un'ora delle qualità della silimarina – principio attivo del Cardo Mariano – li accompagno alla macchina e dico: “Guarda!”, “Cosa?” mi rispondono cercando nell'aria “Questo è il Cardo Mariano!” ma ovviamente è un qualcosa di completamente sconosciuto ai loro occhi.

Così come non sanno quanto sia infestante e prepotente, quanto sia doloroso raccoglierne i semi, visto che sono tenacemente protetti da un frutto carico di spine; non ne conoscono neppure l'eleganza del fiore né l'intelligenza del seme che, piccolo ma massiccio, è legato ad un minuscolo soffione che, come un paracadute, lo farà volare alla ricerca di un pezzo di terra da conquistare la primavera successiva.

Tutto questo è carnale, non virtuale. Totalmente carnale.

Vi inviterei a leggere l'articolo di Gabrio Andena, recentemente uscito sul sito www.ilcalderonemagico.it, Della magia degli oggetti, dove, seppur partendo da un punto di vista magico e non ecologico, ripropone gli stessi dubbi e le stesse perplessità di una virtualizzazione eccessiva della stessa spiritualità che mal si concilia, in un credo pagano, con l'immanenza che lo caratterizza.

"Gli sciamani - scrive - non erano dei relativisti visionari, ma degli esperti delle proprietà (arcane e non) di specifiche specie vegetali proprie del loro territorio, dei minerali che la loro terra nascondeva, delle parti di certi animali la cui vita era legata alla tribù.” E poco oltre: “ La natura è il tipico esempio di come non ci sia molto di soggettivo nei simboli. E’ un punto di riferimento al di sotto delle nostre parole, dei vani discorsi sulla relatività della verità. Se uno è sul sentiero della Dea, secondo me, potrà essere relativista su molte cose, ma non nell’indicare una forma in qualche modo privilegiata di rapporto col divino: i cicli naturali. Incontrare i cicli naturali vuol dire andarci in mezzo alla natura, sporcarsi le mani, camminare, guardare, annusare – ossia: usare il corpo, l’unica via sensata di accesso alla magia. E oltre al nostro corpo c’è il Corpo del Mondo. Non ha senso parlare di immanenza, se poi diciamo che le componenti non hanno significato di per sé. Il Corpo del Mondo non è in noi, siamo noi che siamo in lui. E dobbiamo adeguarci, seguire le sue linee, i suoi movimenti…e i simboli che ci presenta. Senza dimenticarci del divino che c’è nelle cose, prima e al di là che nella coscienza.” (il sottolineato è mio).

Devo ringraziare Grabrio poiché in poche righe è riuscito a sintetizzare una serie di concetti e non solo: di percezioni, direi, che coinvolgono l'intero essere e che distinguono una ritualità “virtuale”, mentalizzata e soggettivizzata, da una spiritualità carnale della vita, di chi è conscio che non è il Divino ad essere in noi, ma noi dentro il Divino.

Se parliamo di immanenza, parliamo di una Natura che è espressione del Divino e che ne contiene in qualche modo i segreti. Di una Madre Terra che ha origini antiche, come antico è il suo culto – la prima espressione religiosa della razza umana. Ma le leggi, le regole della Natura, non sono soggettive e relativistiche, e tanto meno virtuali: hanno una precisa e persistente manifestazione che, come ben rammenta Andena, si manifesta nei cicli naturali.

I CICLI NATURALI

Sulla scansione delle stagioni e sulle lunazioni si sono costruite le ritualità religiose di tutti i popoli del mondo, come se la sincronia tra movimento solare – il Dio – e movimento lunare – la Dea – garantisse una misura di conoscenza del mondo e delle sue leggi: leggi che diventano tali proprio perché non accadono una volta sola, ma si ripetono instancabilmente con ciclicità.

La ciclicità garantisce il ritorno, garantisce la presenza anche nell'assenza (il ritorno della luna anche se divorata dal buio, il ritorno della primavera nonostante la morte dell'inverno). In questo senso è stata di fondamentale importanza la costruzione dei due calendari: il solare con la sua ruota dell'anno che delimita le quattro stagioni (legate ai quattro elementi – fondanti della vita) e i quattro tempi intermedi; il lunare che scandisce la settimana e i movimenti di espansione e contrazione delle energie. I due calendari sono stati (e sono tuttora) il riferimento per il popolo dei coltivatori della terra: le porte della ruota solare permettono di conoscere in anticipo i tempi delle semine, delle maturazioni, dei raccolti, del riposo. In parallelo il contadino guarda alla luna per favorirsi le energie di crescita e ritiro e per anticipare la mutevolezza climatica e così stabilire in anticipo se una stagione sarà in ritardo o in anticipo.

Due strumenti legati non tanto ad una conoscenza intellettiva, nozionistica tanto meno scolastica; ma derivati da una sapienza empirica, corporea, fatta di osservazione, di memoria, di esperienza pratica.

Se volete approfondire l'argomento legato ai calendari lunisolari, vi pregherei di visitare il sito www.nuovelune.it nel quale Maria Giusi Ricotti e Chicca Morone, insieme alla sottoscritta, hanno dato vita al primo calendario lunare (lunisolare) che scandisce il tempo da novilunio a novilunio. Il calendario è scaricabile - gratuitamente a chi ne fa richiesta (pagina delle iscrizioni) - ogni mese lunare in formato .pdf. Inoltre sono presenti, e ne saranno pubblicati altri, articoli di approfondimento sul tema proprio in relazione ad un recupero di una scansione del tempo anche lunare.

Tornando alla spiritualità della Terra, possiamo notare che la stessa scansione temporale che utilizzava il contadino veniva utilizzata dal sacerdote – o sacerdotessa – per la ritualizzazione degli eventi principali della comunità, ad indicare che spirito e corpo, che energia e materia erano la stessa parte di un organismo più grande ovvero come diceva Andena, che: “il Corpo del Mondo non è in noi, siamo noi che siamo in lui.”

Ancora oggi i gruppi pagani celebrano le festività della Ruota dell'Anno, ma anche le altre religioni, Cattolicesimo compreso, situano le loro maggiori festività in corrispondenza a questi punti energetici, a queste porte. Gli Esbat, ovvero le feste legate alle lunazioni, in apparenza sono meno seguite, anche se donne o gruppi wiccan probabilmente ne prestano maggiore attenzione, ma la domenica è festa per tutti, comunque, pertanto rimane impressa nella memoria sociale la scansione settimanale della vita. Quello che a mio avviso manca, ed è il cordone reciso tra ruralità e urbanità, è un “vissuto corporeo” dei cicli naturali.

Immaginiamo, per esempio, una giovane streghetta urbana, una fanciulla alla ricerca della sua connessione col divino femminile. Trovato un gruppo, una coven o quant'altro in cui praticare e condividere il cammino, si ritrova a celebrare Imbolc con – immaginiamo - una semina rituale di bulbi come simbolo dell'arrivo prossimo della primavera. Imbolc – Candelora per il mondo contadino (citerò entrambe le nomenclature in quanto una viene utilizzata oggi dai gruppi pagani, l'altra è quella legata alla Terra nella tradizione e nel folklore italiano) si situa il 2 di febbraio: è un tempo intermedio tra il Solstizio d'Inverno (Yule – Natale) e l'Equinozio di Primavera (Oestara – feste legate alla Pasqua). La morte dell'inverno, visibile in tutta la natura con il ritiro dei succhi linfatici all'interno delle piante, con la morte per molte di loro della parte esterna o di tutta la madre, con la perdita delle foglie, oltre che con il freddo ed il buio, lascia ad Imbolc la speranza di un nuovo inizio, che è ipotetico a febbraio ma sperato e si manifesterà solamente con la primavera, una lunazione e mezza dopo. Imbolc – Candelora è un momento tradizionalmente legato alla purificazione, piuttosto che al “seminare”. Ci si prepara al ritorno degli dei. Nessuno di noi, se sapesse che sta per arrivare un ospite importante in casa nostra, non metterebbe a posto, non si laverebbe, non preparerebbe un dolce (o lo andrebbe a comprare... sigh). Qualsiasi contadino sa che seminare ad Imbolc – Candelora non porta a nulla (a meno che non si abbia una serra riscaldata – come fanno gli orticoltori moderni che in microvasi e luce artificiale vi regalano i pomodori tutto l'anno).

A febbraio non si semina, tanto meno i bulbi, che sono invece legati a Shamhain – Ognissanti o Tutti i Morti. Sarà perché il bulbo è una sorta di scrigno del tesoro che vive sotto la terra (regno dei morti) e nonostante ciò contiene tutto il nutrimento necessario per far vivere una pianta, non solo: per farla nascere solo e se, e ripeto solo e se, le condizioni climatiche sono favorevoli. Un bulbo può aspettare secoli prima di nascere! In condizioni mediamente favorevoli il bulbo farà uscire fuori una foglia verde, tasterà l'aria e se non è il momento adatto la farà morire. Il bulbo sotto, in genere, è e rimane vivo, ributterà fuori alla prossima occasione.

Ciò che potrebbe accadere, in questo s-legame tra virtuale e carnale dei cicli naturali, è che la suddetta giovane streghetta moderna ed urbana, celebrando Imbolc con una semina rituale di bulbi e non ottenendo risultati apprezzabili, butti poi via tutto pensando magari alle proprie eccessive energie ecatiane, non conoscendo in realtà nulla dell'essenza, del potere e della magia del bulbo. Non avendo mai avuto esperienza del bulbo.

Riprendo spunto dall'articolo di Gabrio, perché le sue parole mi sono molto utili: “ Se non riconosciamo che alcune cose sono magiche di per sé - dove “di per sé” vuol dire: indipendentemente dalla nostra soggettività, dal nostro io, dal nostro arbitrio - la visione che emerge è questa: un soggetto che proietta significati su un mondo di oggetti privo di per sé di senso; non esistono oggetti magici, è solo questione di punti vista; non esistono erbe (o pietre, o colori) che vanno bene per l’amore piuttosto che per il lavoro, dipende da cosa uno pensa, crede o vuole fare in una specifica occasione.” un relativismo della spiritualità che giustifica tutto e rende tutto plausibile: ma dove tutto è vero, in sostanza nulla è vero.

Per tornare ai nostri cicli naturali e alla vitualità della vita moderna, diventa difficile allinearsi con l'inverno della Ruota dell'Anno quando si vive in appartamenti riscaldati a 24 gradi centigradi e si aprono le finestre per non soffocare.

Benché si possa fare una celebrazione per la salute di Gaia, se non si fanno scelte reali di controllo consapevole delle risorse del pianeta si finisce per guarire il pianeta col pensiero ed ammazzarlo con le azioni.

Per me la spiritualità non ha compromessi: ci insegna a scegliere. Ci obbliga a scegliere.

Io mi scaldo con una stufa a legna: faccio i conti con l'elemento Fuoco non tramite le candele colorate che posso usare per un rito, ma ogni mattina, man mano che – dopo Samhain – il freddo ed il buio diventano sempre più pressanti. E saltellando ancora intontita dal sonno esco a prendere la legna, quella piccola per accendere il fuoco, quella più grossa per mantenerlo (e pesa). Curo il fuoco durante tutta la giornata, apro l'aria quando la pressione è più bassa, lo alimento quando rimane solo la brace, mantengo pulita la stufa, i camini affinché il fumo possa uscire, libero. E' un'esperienza corporea: se non lo facessi la casa sarebbe gelata. Il fuoco, non curato, si spegne. La responsabilità è sulle mie spalle, sulla mia persona ed io me la assumo.

Atteggiamento molto differente da chi ha delegato a terzi il calore del proprio domicilio. Sono due esperienze estreme, ovvio, ma indicative. Non solo chi ha o cerca una spiritualità pagana ha la stufa a legna (anzi, credo che i pagani a legna siano ben pochi). Ma da noi, nei paesi, tutti abbiamo anche - non solo - la stufa a legna, per noi è normale: spendiamo meno. E se poi vogliamo aggiungere motivazioni: non inquiniamo e teniamo puliti i boschi... e ci connettiamo con l'elemento Fuoco onorandolo e ringraziandolo per il suo potere ogni mattina!

Quello che vorrei ora evidenziare è il legame (corporeo appunto, e non virtuale) con la potenza del Nord, di Yule, dell'Inverno che inevitabilmente esperiamo. Aspetto la nascita del Dio con ansia ogni anno perché questo significherà che lentamente avrò meno carichi di legna da fare, meno freddo da sopportare, meno fuoco da controllare e alimentare (ed è un impegno). Il ritorno della luce e del calore è una reale attesa di speranza, di rinascita.

Ma un urbano come può riallinearsi con le stagioni? Intanto incominciando a percepirle nel suo stesso ambiente: controllando o modificando gli impianti di riscaldamento affinché siano in sintonia con il reale clima esterno (che è manifestazione divina), pertanto mantenendo una temperatura di diciotto – venti gradi d'inverno e non usando i condizionatori dell'aria d'estate (altamente inquinanti e prosciugatori delle risorse del pianeta, o per usare un linguaggio eco - spirituale: ammalano Gaia).

Questo significa fare delle scelte. La Dea vi ringrazierà con una migliore salute, un innalzamento degli anticorpi, un abbassamento delle malattie da raffreddamento (date appunto dagli sbalzi di temperatura tra interno ed esterno) e una rinnovata vigorosità del fisico. Se ovviamente si fosse in molti a fare scelte del genere, l'aria nelle città sarebbe più limpida e respirabile e via dicendo.

IMMANENZA E CORPOREITA'

Stabilita la necessità del ritorno ad una conoscenza corporea, esperienziale e non virtuale della Natura; ammesso che tale ritorno si manifesti ed esprima principalmente in una percezione corretta dei cicli della natura, solari e lunari, non resta che fare esperienza di tutto ciò. Non resta che rendere “corporeo” l'elemento a cui vogliamo legarci.

Sconsiglio di partire da un orto o mollare tutto per vivere “in campagna”. Tali scelte vanno fatte con consapevolezza per evitare di perdere tempo e rendersi la vita frustrante.

La prima esperienza che si può fare, e che anche Starhawk nel suo libro “Il sentiero della terra” propone, è l'OSSERVAZIONE.

OSSERVARE

Osservare non vuol dire semplicemente guardare. Osservare è un atto più complesso e coinvolge più sensi oltre quello della vista. Osservare è la capacità di, umilmente, cercare di capire un eco-sistema.

Io mi accorgo di quanto sono “urbane” le persone osservandole – appunto - quando vengono a trovarmi: molte non notano granché. Io non ho un giardino delle officinali fatto di educate aiuole messe in fila e pettinate. Il mio giardino è molto selvatico: le mie officinali sono libere di insediarsi a modo loro, generando le sinergie o amicizie secondo i loro gusti. Per un “urbano” lì non c'è nulla, erba, forse.

E' vero. Mancano le etichette. Se metto le etichette un “urbano” può riconoscere e esclamare i suoi “OHHHHH! Hai visto??? La menta!”. Altrimenti tutto ricade sotto il titolo di “erba”, quindi nulla. Un “urbano curioso”, che è già meglio di un “urbano”, invece ha voglia di capire, di confrontarsi con un mondo diverso, e chiede: “Ma, cos'è questa?”. E' già un buon inizio.

Osservare significa mettersi in questa seconda disposizione d'animo: fare silenzio dentro di sé, ammettere le proprie ignoranze, ascoltare con tutti i sensi e “chiedere”, magari a chi ci sta vicino, magari alla Natura stessa che in qualche modo risponde.

Osservare significa non dare per scontato, significa mettersi a ginocchioni e lasciarsi penetrare dai particolari, dalle cose piccole. Osservare significa non dire mai più: “ma tanto è uguale”, perché solo di menta ci sono più di cento varietà selvatiche. Osservare significa avere pazienza e tornare ad osservare la sera, quando il bocciolo si richiude per proteggersi dal freddo della notte, quando esplode per espellere il seme, quando e come il seme vola via e viaggia (e c'è chi ancora crede che le piante non si muovano...), quando la pianta si ritira per il freddo e magari muore.

Osservare significa ricondurre nel CICLO NATURALE, nella Ruota dell'Anno di cui abbiamo già parlato, la vita di ogni essere di cui ci interessa carpirne il segreto. Ed in questo percorso esperienziare, ovvero fare esperienza corporea, del meccanismo Vita – Morte – Vita che è insito nella Natura Divina.

Lo sciamano erborista sa che un'erba sconosciuta va prima toccata e guardata a fondo, poi annusata, infine masticata a piccole dosi. Ma prima di usarla realmente la osserverà per un ciclo intero, un anno intero, cercando di capire il suo comportamento o meglio: il suo Spirito.

Solo allora, ringrazierà per il dono e avrà compreso come usarla.

LA RETE - L'INTERCONNESSIONE DELL'ESISTENZA

Una volta affinata l'arte dell'osservazione a mio avviso si ha già una predisposizione di base per imparare dalla Natura che è la sola grande maestra, poiché ci mette sempre di fronte a ciò che non amiamo vedere.

Se abbiamo imparato bene ad osservare avremmo anche colto - e anche qui da un punto di vista empirico e non “virtuale” - che ogni essere vivente, dal più piccolo al più grande, segue un andamento di contrazione – espansione ciclica; di Vita – Morte – Vita che è il pulsare di Madre Terra: il grembo e lo Spazio; che è la manifestazione della danza sacra tra il dio Sole e la dea Luna: i generatori del Tempo.

Comprendere questo legame è comprendere la RETE, l'interconnessione, il Mitakuye oyasin degli Indiani d'America: siamo tutti fratelli. Solo così ogni essere diventa sacro, ogni pietra una manifestazione del divino, ogni fatica un dono alla vita, ogni insetto – per repellente che possa essere – acquista il suo diritto ad esistere e a contribuire alla Vita (che è Vita – Morte – Vita).

Raggiunto questo livello di consapevolezza allora non servirà più che vi dica io – o qualcun altro - che fare: lo saprete benissimo e ciascuno di voi potrà davvero attivare nella propria quotidianità delle scelte, potrà davvero FARE delle azioni per Gaia, e nella scelta di un rito avrà coscienza dello Spirito di ogni elemento che intende usare.

Si potranno fare i detersivi in casa con limone – aceto e sale; il pane da sé; coltivare officinali sul balcone; dotarsi di un impianto fotovoltaico; andare in bicicletta; diventare vegetariano; fare la maglia; non acquistare merci legate allo sfruttamento dei deboli; chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti; fare meditazione; celebrare... Magari arrivare a farsi l'orto, vivere in campagna e scaldarsi con la stufa a legna.

Il livello di confronto ognuno lo può scegliere da sé: perché il confronto non avviene con gli altri ma con il Divino.

Quel Divino che non è in noi, ma che noi – umilmente – abitiamo.

©2008 Testo di Micaela Balìce

Qualsiasi riproduzione, senza esplicito consenso dell’autrice è vietata.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
Gabrio ANDENA,Della magia degli oggetti
Micaela BALICE,Simbologia lunare e tradizione popolare, in “L’Ombra – tracce e percorsi a partire da Jung”, V, 7/8, 1999
Micaela BALICE, Il calendario rituale contadino: il ciclo della vita nel Casalese (Tesi di laurea, A. A. 1993/1994, Corso di Laurea in Pedagogia, Università degli Studi di Torino) – visionabile c/o Biblioteca Municipale Casale Monferrato – Al
Jocelyne BONNET, La terra delle donne e le sue magie, Red Edizioni, Como 1991
Phyllis CURROT, Il sentiero della Dea, Sonzogno, 1999
Piercarlo GRIMALDI, Il Calendario rituale contadino, Franco Angeli, Milano 1993
Maria Immacolata MACIOTI, Miti e magie delle erbe, Newton Compton Editori, Roma 1993
Dorothy MORRISON, L’arte della strega, Armenia, Milano 2002
J. PAUNGGER, T. POPPE, Servirsi della luna, Tea Pratica, Milano 1994
Clarissa PINKOLA ESTÉS, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli, 1993
Devon SCOTT, I giardini incantati, Venexia, Roma 2006
STARHAWK, Il sentiero della terra, Macro Ed., Diegaro di Cesena (FC) 2005

 

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